FAQ

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Domande frequenti sulla proposta programmatica “Remigrazione e Riconquista"

La Remigrazione è un programma nazionale, strutturato e volontario, che offre incentivi economici e logistici agli immigrati regolarmente presenti in Italia per tornare nel proprio Paese di origine, reinserirsi socialmente e professionalmente, e non fare ritorno in Italia salvo casi eccezionali autorizzati.

È un’evoluzione rafforzata del concetto di rimpatrio assistito, previsto già dall’art. 14-ter del Testo Unico Immigrazione (D.Lgs. 286/1998). Parliamo di remigrazione e riconquista perché nella proposta vengono toccati anche altri punti (espulsioni, sfruttamento, Ong, etc.) che non riguardano la remigrazione in sé ma un discorso più ampio, di riconquista delle città, della nazione, dell’identità nazionale.

No, la Remigrazione è un insieme di politiche e interventi amministrativi finalizzati a ridurre e invertire l’attuale flusso migratorio verso l’Europa, favorendo il rientro nei Paesi d’origine e rafforzando il governo complessivo del fenomeno migratorio. Non implica deportazioni di massa né allontanamenti indiscriminati, ma si inserisce nell’ambito delle politiche ordinarie dello Stato in materia di gestione dei flussi, controllo della regolarità sul territorio e tutela dell’equilibrio sociale, culturale e identitario delle nazioni europee.

Sì. La proposta non viola alcun articolo della Costituzione:
•L’art. 10 garantisce il diritto d’asilo solo in caso di gravi violazioni dei diritti umani, non un diritto generalizzato a restare.
•Il soggiorno dello straniero è regolato dalla legge ordinaria e può essere limitato o condizionato per motivi di ordine pubblico, sicurezza, o interesse nazionale (già oggi si espellono stranieri per motivi penali o amministrativi).
•La Remigrazione si basa sulla volontarietà e sull’incentivo economico, non su espulsioni arbitrarie.

Tutti gli stranieri non cittadini italiani, anche se regolarmente residenti:

•purché non abbiano ottenuto lo status di rifugiato o protezione internazionale permanente;
•purché non abbiano commesso reati gravi in Italia (per evitare che il programma diventi un modo per evitare la giustizia).

I costi sono sostenibili e coperti da tre fonti principali:

a) Fondo per la Remigrazione (nuovo)

Un fondo nazionale dedicato, finanziato da:
•tagli e riconversione dei fondi destinati a integrazione e accoglienza;
•proventi delle confische patrimoniali a chi sfrutta l’immigrazione clandestina (es. caporalato, affitti illegali);
•parte dei fondi del PNRR, del FAMI (Fondo Asilo Migrazione e Integrazione), rinegoziati con Bruxelles.

b) Risparmi indiretti
Ogni immigrato remigrato:
•non genera spesa pubblica in termini di welfare, sanità, scuola, accoglienza, detenzione;
•riduce i costi del contenzioso amministrativo e giudiziario.

c) Contributi europei
Esistono fondi UE per il “rimpatrio volontario assistito”. L’Italia può usarli per remigrazione controllata, come fanno già altri Paesi (Danimarca, Austria, Germania).

No, l’incentivo può variare in base a:
•anni di permanenza;
•formazione posseduta;
•area geografica di rimpatrio;
•impegno sottoscritto per il reinserimento sociale o imprenditoriale.

Includerà:
•una tantum economica;
•biglietto di viaggio;
•formazione professionale o finanziamento per avviare un’attività nello Stato di origine.

Avrà un tetto massimo stabilito ogni anno in base ai fondi recuperati dai tagli alla gestione dell’accoglienza e all’avvio della remigrazione.

Chi aderisce al programma firma un patto vincolante che include:
•rinuncia al diritto di rientrare, se non autorizzato caso per caso (massimo 30 giorni/anno);
•reato penale per chi rientra senza autorizzazione o abusa delle risorse ricevute;
•revoca e richiesta di restituzione delle somme indebitamente spese;
•segnalazione alle autorità doganali e di frontiera.

No. È completamente volontaria, a differenza dell’espulsione amministrativa o penale.
Ma:
•rafforza l’espulsione per reati, rendendola automatica, definitiva, e collegata al divieto di rientro;
•impedisce future sanatorie o regolarizzazioni per chi è entrato
irregolarmente.

• Il clandestino viene espulso con misure immediate, senza possibilità di regolarizzazione.
•L’immigrato regolare può scegliere volontariamente la remigrazione incentivata oppure restare nel rispetto delle leggi e senza accesso automatico alla cittadinanza.

No. I dati ISTAT e INPS mostrano che:
•oltre il 50% degli immigrati lavora in settori non strategici e facilmente sostituibili (logistica, pulizie, ristorazione);
•milioni di italiani sono disoccupati o inattivi e potrebbero essere reinseriti nel mondo del lavoro;
•l’immigrazione di massa ha dequalificato il lavoro italiano, ridotto i salari, aumentato la precarietà.

No, perché:
•ogni richiesta sarà valutata individualmente da una Commissione Interministeriale (Interni, Esteri, Giustizia, Lavoro);
•il rimborso avverrà in più fasi e su base documentale (es. avvio d’attività, formazione);
•le pene per abuso saranno severe e immediate, anche in contumacia, con segnalazione ai Paesi d’origine.

In parte sì. Danimarca, Austria, Germania, Svizzera, Ungheria e persino Francia hanno:
•programmi di rimpatrio incentivato;
•incentivi economici legati al non ritorno;
•cooperazione bilaterale per il reinserimento in loco;
•strutture dedicate presso ambasciate e consolati.

Perché l’Italia:
•ha oltre 600.000 immigrati clandestini stimati (fonte: Ministero Interno, 2023);
•spende oltre 5 miliardi di euro all’anno per accoglienza, assistenza, sanità, scuola;
•subisce una trasformazione demografica che compromette identità, sovranità e sicurezza;
•deve riscoprire il principio di appartenenza nazionale: cittadinanza come dovere, non solo come diritto.

Le stime conservative dicono:
•tra 150.000 e 300.000 immigrati regolari potrebbero aderire nei primi 3 anni, specie in assenza di accesso automatico alla cittadinanza;
•tra 50.000 e 100.000 clandestini potrebbero essere rimpatriati con il rafforzamento delle misure di contrasto e delle confische.

L’obiettivo della proposta programmatica non è “premiare” chi è entrato illegalmente o ha abusato dell’accoglienza, ma liberare l’Italia da un peso economico, sociale e culturale crescente. Gli incentivi al rimpatrio volontario, già previsti anche da norme europee e italiane (come l’art. 14-ter del T.U. sull’immigrazione), rappresentano una spesa iniziale contenuta, ma con enormi benefici nel medio e lungo periodo. Mantenere un immigrato irregolare in Italia può arrivare a costare anche oltre 20.000 euro all’anno, considerando accoglienza, assistenza sanitaria, burocrazia, giustizia penale e impatto sociale.

Pagare oggi per rimpatriare significa risparmiare domani, ogni anno. 

•Riduzione della pressione sociale e demografica;
•risparmio economico strutturale;
•aumento del salario e dignità del lavoro italiano;
•più sicurezza, più ordine, più sovranità;
•ritorno a una politica migratoria selettiva e sovrana, fondata su identità e non su ideologia.

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